Ricerca sul dolore cronico

Nanotecnologie e CBD: una nuova frontiera nella ricerca sul dolore

Rimini, 18 novembre 2025

La ricerca sul dolore sta esplorando con crescente interesse l’utilizzo dei cannabinoidi non psicotropi, come il cannabidiolo (CBD). Una recente pubblicazione della University of Rochester Medical Center evidenzia come l’impiego di nanotecnologie possa rendere il CBD più efficace nel raggiungere il cervello e modulare i circuiti del dolore.

Il problema dell’assorbimento del CBD

Uno dei principali ostacoli all’uso terapeutico del CBD è la sua difficoltà a superare la barriera emato-encefalica, una struttura fondamentale che protegge il cervello da sostanze potenzialmente dannose.

Gli stessi ricercatori spiegano:

“La prima barriera che i ricercatori hanno dovuto superare è stata la barriera emato-encefalica. Questa parte della nostra anatomia svolge un lavoro incredibile nel mantenere il cervello in salute, poiché agisce essenzialmente come un campo di forza protettivo attorno al cervello. A causa di questa barriera e del fatto che il CBD non si dissolve bene in acqua, solo una piccola parte del CBD raggiunge il cervello quando viene assunto nella sua comune forma oleosa.”

Per questo motivo, anche dosi relativamente alte di CBD somministrate per via orale arrivano al sistema nervoso centrale in quantità limitate.

Il contributo della nanotecnologia

La ricerca dell’URMC si concentra sull’utilizzo di nanoparticelle progettate per “trasportare” il CBD e facilitarne l’ingresso nel cervello.
Queste particelle, grazie alle loro dimensioni estremamente ridotte e alla loro struttura chimica, riescono ad attraversare la barriera emato-encefalica in modo più efficiente rispetto alle formulazioni tradizionali.

Una volta raggiunto il sistema nervoso centrale, il CBD sembra interagire con cellule immunitarie localizzate nel cervello, modulando l’infiammazione e potenzialmente attenuando i circuiti responsabili della percezione del dolore.

Un meccanismo d’azione diverso dai cannabinoidi tradizionali

Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dallo studio riguarda il modo in cui il CBD, veicolato tramite nanoparticelle, esercita il suo potenziale effetto analgesico.

I ricercatori hanno infatti scoperto che:

“L’effetto analgesico non dipende dai tipici recettori cannabinoidi (CB1 e CB2) che il THC e altri composti della cannabis attivano nel corpo. Al contrario, il CBD-IN sembra influenzare segnali elettrici e del calcio più ampi nelle cellule nervose, offrendo un nuovo modo per controllare l’iperattività nervosa senza provocare i rischi di dipendenza associati ai cannabinoidi tradizionali o agli oppioidi”.

Questa scoperta rappresenta un possibile cambio di paradigma: il CBD potrebbe agire su circuiti neuronali differenti, aprendo la strada a terapie non dipendenti dai recettori tipici del sistema endocannabinoide e potenzialmente più sicure.

Una prospettiva promettente, ma ancora preliminare

Sebbene i risultati siano incoraggianti, la ricerca è ancora in fase preclinica e non consente conclusioni definitive sull’efficacia terapeutica del CBD nanotrasportato.
Servono ulteriori studi per valutarne la sicurezza, il dosaggio ottimale e il reale impatto nel trattamento del dolore cronico.

Per Fondazione ISAL, che promuove da anni la ricerca scientifica sul dolore e l’innovazione terapeutica, queste evidenze rappresentano un’interessante pista da seguire, pur mantenendo un approccio rigoroso e basato su prove consolidate.

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